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Il testo biblico della Creazione restaurato


“Nella vostra procreazione si vedrà come ho concepito la vita sulla terra”. Gen. 9.14. 
Questo versetto riassume la caratteristica principale della Creazione

Poiché in principio Dio crea solo l’essenza, il seme, il principio costitutivo di ogni cosa, del Cielo, della Terra, della Natura e dell’essere umano e ne completa la creazione nel corso dei 10 capitoli.

 



Anche le femmine sono create a immagine e somiglianza di Dio

nello stesso momento dei maschi (Gen. 1.26).


Niente costole, Eva significa la facoltà di intendere e volere che Dio dona all’essere umano, il quale, creato a immagine e somiglianza di Dio, è voluto da Dio stesso diverso da Sé e libero; perciò pone subito l’essere umano, attraverso la sua facoltà di intendere e volere, conscia del famoso divieto, in relazione con l’istinto, il "serpente" (Gen. 3.1).

E quindi nessuna cacciata dal giardino di Eden, cioè il corpo umano soggetto al tempo, ma solo un ritorno alla condizione precedente, necessaria alla nascita e allo sviluppo della personalità, il cui primo vagito, nel concepire Caino e Abele, è stato: "Ho acquisito questa facoltà di intendere e volere da Dio stesso" (Gen. 4.1).

Noè è il decimo e ultimo nome delle fasi che descrivono il passaggio, dalla creazione del principio costitutivo dell’essere umano, alla creazione del principio costitutivo dell’essere umano individuale, mantenendo la somiglianza a Dio.



 Per realizzare la somiglianza, Dio ci ha dato le forme del suo corpo (Gen. 6.2).

 

Dio non si è mai pentito di aver fatto l’uomo ma al contrario, poiché la condizione di principio costitutivo dell’essere umano era completa e pronta, Dio dice: "Farò nascere l’esistenza dell’essere umano, che ho creato a mia somiglianza" (Gen. 6.7).

"Fatti un’arca" significa, provieni, nasci in forma corporea, da ciò che era ancora allo stato di principio costitutivo o seme (Gen. 6.14).

E quindi non c’è stato nessun "diluvio", il cui vero significato è espansione, nessuna distruzione dell’Umanità ma solo il travisamento, l’errata interpretazione di queste parole: "Ed ecco, io stesso vengo a espandere la vita, contratta e ripiegata nei propri principi costitutivi; tutto ciò che è animato di vita crescerà fisicamente" (Gen. 6.17).

"Ma non vi nutrirete della carne dei vostri simili. Perché Io farò giustizia della morte della vostra anima; in ogni essere vivente farò giustizia, sia mediante la collettività, che mediante il singolo essere farò giustizia all’anima dell’essere umano. Chi sopprimerà l’essere umano sarà soppresso dall’essere umano, perché Dio ha fatto l’essere umano a sua immagine" (Gen. 9.4/5/6).

"La mia filiazione che si perpetua, è il segno di ciò che faccio sussistere fra me e ogni forma vivente sulla terra" (Gen. 9.17); e, solo come accenno all’etimologia dei nomi dei numeri, questo argomento è nel nono capitolo, inizia al nono versetto, dura nove versetti ed è l’argomento del nome del numero nove.

Proseguendo fino a Noè, "ubriaco e nudo", il quale, "ritornato in sé dopo la sua ebbrezza, maledice" l'innocente Canaan, figlio di Cam e benedice Sem e Jafet (Gen. 9.20).

 

Etimologia è la risposta


a tutte le domande del lettore

 

35 secoli ci separano dall’edizione originale, in lingua Ebraica, del testo della Creazione; chi lo ha posseduto e detenuto con immensa cura, non ha potuto far altro che interpretare come meglio poteva ciò che ormai era andato perduto, traducendo in lingua greca, grazie a Tolomeo II Filadelfo, 23 secoli fa per la Biblioteca di Alessandria. Ma in quel lasso di tempo, 12 secoli, in cui il popolo Ebraico subì numerose deportazioni, avvenne la perdita dei significati più complessi e ormai incomprensibili della Creazione.

Chi conosce la differenza fra la lingua Inglese attuale e la stessa al tempo di Shakespeare, può farsi un’idea dell’azione del tempo sulle lingue; e stiamo parlando di soli quattro secoli, nei quali già da tempo la letteratura era pressoché una scienza e quindi, secoli molto diversi da quei 12 sopra citati.

Quanto fissato dalla traduzione in greco, traduzione chiamata Septuaginta o LXX, è tutto ciò che rimane dell’antichissima lingua; ed è divenuto il dizionario e la grammatica della lingua ebraica. Qualsiasi delle nostre moderne o antiche traduzioni della Bibbia, derivano dalla LXX; la quale precede ed è quindi la fonte di ogni altra traduzione, in Copto, Etiopico, Arabo, Siriano, Persiano e dei Targum.

La LXX è quella barriera invalicabile che ci separava dai significati profondi, completi e perduti; barriera di fronte alla quale hanno fallito tutti i dotti, i sapienti e i ricercatori del passato, tutti, dal terzo secolo a.C. fino all’ottocento, fino a Antoine Fabre d’Olivét.

E la Provvidenza ha voluto farci scoprire, e studiare a dovere, l’opera La lingua ebraica restituita, 1815, del glottologo francese Fabre Antoine d’Olivét.


Antoine Fabre d’Olivét

La Langue Hebraique Restituee, Paris 1815-1816


La scoperta di Antoine Fabre d’Olivét, incredibile e inaccettabile per la comunità scientifica di allora e di oggi, è quella di notare, e provare, che la lingua ebraica, con i propri caratteri, esprime l’idioma geroglifico egizio, alla stessa identica maniera della lingua Copta, la quale invece utilizza i caratteri della lingua Greca. L’antica lingua degli Egizi invece di essere scritta mediante i Geroglifici o in Demotico, è scritta con altri caratteri, i caratteri dell’alfabeto della lingua Greca per il Copto e i caratteri dell’alfabeto ebraico per la lingua Ebraica.

Queste frasi che ora state leggendo sono scritte in Italiano, potremmo tradurle in Braille o in codice Morse; è cambiato il mezzo con cui ci siamo espressi, ma la lingua, l’idioma, è sempre lo stesso, è l’idioma della lingua Italiana, con il proprio lessico, grammatica ed espressioni idiomatiche.

Su queste basi, cioè l’idioma Geroglifico Egizio, e circa vent’anni prima che Champollion pubblicasse le sue scoperte, d’Olivét redige il dizionario etimologico, col quale restaura la grammatica della lingua ebraica dalle profonde alterazioni prodotte dalla LXX e ritraduce il testo della Creazione; purtroppo solo in parte la traduzione è corretta, poiché dopo i primi fatali errori l’esito logico e filologico è stato irrimediabilmente compromesso.

Ma ogni onore va a d’Olivét, al quale semplicemente mancarono due secoli di progresso scientifico; noi abbiamo solo aggiunto ulteriori studi alla sua grande opera, con software per gli studi biblici (BibleWorks) e le nuove e straordinarie conoscenze scientifiche, inimmaginabili nei primi del 1800. In sette anni di lavoro abbiamo apportato grandi progressi, portando quasi al completo la traduzione; ma sempre con la premessa, e l’intima e sincera promessa, di gettare via tutto alla prima incongruenza o contraddizione che non avesse superato l’esame delle nostre esigenti coscienze.

Al contrario delle versioni bibliche, (che ripetiamo, sono le copie tradotte in italiano della LXX) le quali, per mantenere l’argomento narrato, modificano all’occorrenza il significato di moltissime parole (l’affermazione è facilmente verificabile), noi abbiamo ristabilito il significato di molte parole nella nuova traduzione ma le nuove parole rimangono sempre le stesse, ovunque esse ricorrono, in ogni versetto dell’intero testo; e le nuove parole confermano la frase o il contesto che le contiene e, a loro volta, sono confermate dalle frasi o dal contesto; e sebbene il testo restaurato sia in generale completamente diverso dalle versioni bibliche, esso non ne stravolge la struttura narrativa, nel suo scorrere e nelle varie digressioni, ma vi si inserisce perfettamente.

Ogni singola parola del testo restaurato proviene dal dizionario etimologico.